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La recente sequenza di eventi sismici si presenta inusitata sotto una molteplice serie di punti di vista. L’estensione particolarmente ampia delle zone interessate per via della triplice sequenza sismica, il numero significativo di vite umane perse, gli importantissimi danni al patrimonio edilizio minore caratterizzante tali luoghi, forse anche per via della limitatezza, negli esiti ottenuti, dall’applicazione delle norme tecniche, hanno favorito una presa di coscienza diffusa della difficoltà di contemperare le diverse istanze che interessano a vario livello i centri minori ed il patrimonio edilizio che li costituisce: il mantenimento della peculiare identità culturale dei centri stessi; la fruizione secondo i moderni profili prestazionali, ed infine la sicurezza delle persone. Gli importanti spostamenti, forse non solo temporanei, di popolazioni di interi centri urbani di rilievo storico oltre che dimensionale, segnano il possibile prossimo abbandono di intere aree del nostro paese e spingono ad interrogarsi sulle azioni da compiere a livello di sistema sotto il profilo politico, culturale, economico e tecnico per evitare di perdere non solo le peculiari identità culturali di tali luoghi, e dei quali la cultura costruttiva è parte, ma anche la capacità di “presidio dei territori interni”, in una chiave economica ed ecologica, che le comunità di tali luoghi possono garantire.Mantenere questi centri ed il paesaggio che ne deriva significa anche garantire la permanenza del presupposto per un modello di sviluppo fondato sulla qualità dei luoghi, su un mix tra “radici” e attitudine contemporanea ad interpretare il cambiamento, tra la dimensione digitale e immateriale che può dare nuovo senso a luoghi antichi. L’Italia ed i suoi centri minori, ancor più delle emergenze storiche e artistiche, costituiscono un patrimonio importante, anche a livello turistico e conseguentemente economico per il nostro paese, da salvaguardare pur se ne sono risultate evidenti le fragilità.

E’ possibile tuttavia garantire adeguata sicurezza a questi centri o va attuato un programma di demolizione e ricostruzione, fedele o meno, come suggerito provocatoriamente da taluni?

Quali programmi attuare sotto il profilo politico ed economico per superare la logica emergenziale dell’intervento a posteriori, considerando la fragilità non solo dei centri più antichi, ma anche dell’intero patrimonio edilizio realizzato nell’immediato dopoguerra?

Quali strade percorrere sul piano tecnico …. Quelle del dov’era com’era ma con culture costruttive differenti da quelle dei luoghi, quelle dell’iper-tecnicizzazione o quelle del perfezionamento dei fattori di sicurezza “intrinseci” di una costruzione muraria appropriata, pur nella consapevolezza che la sicurezza assoluta è purtroppo un traguardo irrealistico, o talmente costoso da essere impraticabile?

Come conciliare le istanze sociali emergenti connesse alle necessità d’uso e comprendenti ad esempio gli aspetti energetici e di sostenibilità, con le istanze di sicurezza?

Come far comunicare tra loro i sostenitori inconsapevoli dei diversi e parziali punti di vista e propugnatori della conservazione pura e semplice (che sembrano non rendersi conto che il patrimonio è palinsesto, frutto di innumerevoli aggiornamenti e modificazioni tecnologiche) e tecnologi inconsapevoli degli effetti sistemici di ogni novità di laboratorio, incapaci gli uni e gli altri di una riflessione scientifica sulle conseguenze disastrose di entrambi gli atteggiamenti?

Quali contributi può dare al tema l’eventuale sviluppo e perfezionare un apparato di conoscenza evoluto e attento al “caso per caso” rispetto alle modalità sommarie e indiscriminate, frutto di modelli inapplicabili alle diverse realtà e che hanno mostrato limiti e difetti inaccettabili?

Come riconciliare, in termini più generali, le “tecniche” portate dalle scienze dure con i “valori” portati dalle scienze umane, sociali, storiche?

Trovare un modo innovativo di fare sistema tra i molteplici punti di vista (tutti indispensabili, nessuno esaustivo) è il duro ma inevitabile compito che ci si prepara per il futuro.

Il convegno intende porsi come luogo di riflessione ove far coesistere gli aspetti teorici e pratici affrontati dalle discipline che concorrono a tali tematiche, sia sotto il profilo teorico che pratico, considerando le implicazioni speculative, ingegneristiche ed economiche, al fine di restituire un approccio coerente al tema attraverso una corretta tutela, fruizione e valorizzazione del patrimonio costruito.

COLLOQUIATE 2017 si pone in continuità con le precedenti edizioni 2014 (Vico Equense), 2015 (Bologna), 2016 (Matera) anche nell’intento di delineare l’orizzonte tematico della ricerca associata al settore ICAR 10 in relazione sia agli ambiti di pertinenza della disciplina, sia alle istanze oggi poste dalla società, in termini di bisogni, di valorizzazione delle risorse, di dinamiche di sviluppo associate all’innovazione tecnica.

La procedura di invio ed accettazione dei contributi sarà organizzata in due fasi.

La prima consiste nell’inoltro della pre-iscrizione contenente i dati del partecipante e dell’abstract del contributo da presentare, redatto in lingua italiana ed inglese (PRE-ISCRIZIONE & ABSTRACT), preliminare all’invio del contributo definitivo.

La seconda fase prevede la trasmissione delle relazioni finali estese (INVIO PAPER), che saranno valutate con un processo di double peer review, secondo le modalità e scadenze indicate nella sezione SUBMISSION.

La lingua ufficiale del convegno è l’italiano; gli abstract e i full paper dovranno essere presentati anche in inglese.

Il programma del convegno sarà definito a partire dal mese di marzo 2017

Gli atti del convegno saranno pubblicati in un book of abstracts corredato da una pen-drive contenente i contributi estesi; gli atti saranno distribuiti durante il convegno.

I contributi ritenuti più significativi dal Comitato Scientifico saranno pubblicati sulla rivista TE.M.A.